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Quando il padre non ti vede. Considerazioni dopo la lettura di Min kamp I di Karl Ove Knausgård

Quando il padre non ti vede. Considerazioni dopo la lettura di Min kamp I di Karl Ove Knausgård

di Massimo Ciaravolo

massimo.ciaravolo@unifi.it

Mi ci è voluto del tempo per decidere di leggere Min kamp di Knausgård. Per quanto si parlasse da più parti di sensazione e capolavoro, nutrivo, e forse nutro ancora, un preconcetto verso il progetto di scrivere sei volumi di autobiografia (tra le duemila e le tremila pagine). Possibile dare tutto questo spazio al proprio io e alla propria lotta, o battaglia? Poi ho iniziato il primo volume. E mi ci è voluto del tempo anche per ingranare nella lettura. Dopo l’apertura – in cui si descrive quel che succede a un corpo morto in via di decomposizione, ma dove dalla biologia si passa presto, e con forza, alla prospettiva esistenziale – e dopo un altro brano nella parte iniziale, in cui l’autore confessa le difficoltà in cui si è trovato nel ruolo di padre di figli piccoli (parte in cui non può fare a meno di identificarsi un lettore che ha sperimentato e sta sperimentando simili difficoltà), la mia lettura si è spesso arenata. Ho fatto fatica ad accettare la proposta del narratore di un’estrema dilatazione del tempo del racconto rispetto al tempo della storia. Min kamp è saturo di cose, azioni e circostanze comuni, sia quando il racconto si rivolge al presente o al recente passato nella vita dello scrittore, sia quando si apre più propriamente la scena dei ricordi e degli episodi lontani dell’infanzia e della giovinezza (e tali finestre possono aprirsi in qualsiasi punto della narrazione). Saturare il racconto di quotidianità vuol dire che azioni come il lavarsi, vestirsi o fare la spesa possono essere scomposte in molte brevi sequenze che descrivono cose e passaggi evidentemente noti a tutti ma che, per il progetto dell’autore, non paiono riassumibili o eludibili. Così, naturalmente, sorprende già meno come sia possibile scrivere oltre duemila pagine sulla propria vita.

Nonostante le mie difficoltà, alcuni nuclei di significato cominciavano a prendere forma. Un ragazzo ipersensibile, poi giovane adulto e scrittore debuttante, e suo padre che tende a non considerarlo, un padre che quasi mai mostra momenti di comprensione ed empatia nei confronti del figlio. Segue la precoce emancipazione del ragazzo dalle figure dei genitori, i quali poi si separano (il padre lascia la moglie e i due figli e si risposa), la capacità del figlio, già dagli anni del liceo, di cavarsela da solo e fare le proprie esperienze con i pari, ma anche la sua sostanziale solitudine, il suo vuoto e il suo smarrimento. Un altro nesso è che il figlio scopre la bellezza, l’euforia e la felicità irrefrenabile che gli dà in certi momenti la sbronza, e che anche il padre, un insegnante e dirigente scolastico, nel suo secondo matrimonio comincia ad abusare di alcolici.

La svolta nel racconto, e nella mia esperienza di lettura, avviene quando questo padre muore. Il nostro protagonista è circa trentenne, sposato con la sua prima moglie, e sta tentando di affermarsi come scrittore. La morte del padre porta a una forte alleanza e unità di intenti di Karl Ove con il fratello maggiore Yngve, anch’egli residente in un’altra città, con una propria vita e una famiglia a cui pensare. Yngve, presente più sullo sfondo nella prima parte del racconto, emerge qui come il legame affettivo forte e importante nella vita di Karl Ove, nonostante le inevitabili rivalità e differenze tra fratelli.

È successo che questo padre, negli ultimi anni della sua vita, dopo essere stato lasciato dalla seconda moglie con cui ha avuto una figlia, si è abbandonato totalmente all’alcol, perdendo qualsiasi dignità e autocontrollo, tornando a vivere nella casa di famiglia a Kristiansand, presso l’anziana madre.

La casa della nonna, che i due fratelli visitano, diventa il centro del racconto. L’interno di questa casa è lo scandalo, ciò che si può trovare dopo un degrado durato per anni. Tutto il progetto che porta avanti la narrazione e, a questo punto, l’interesse del lettore, è l’idea fissa di Karl Ove, che si trascina dietro il fratello: operare una simbolica ricomposizione della ferita attraverso la decisione di pulire tutta la casa da cima a fondo, svuotarla dei rifiuti e dello sporco accumulato in anni di vita indegna di un uomo. L’idea di Karl Ove non si ferma a rimuovere qualsiasi traccia dello scandalo, come se questo non fosse mai avvenuto, ma anche di fare della casa ricostituita il luogo dove invitare i parenti per il ritrovo dei vivi dopo il funerale, un momento abituale nella cultura scandinava. Non che, a questo punto, il racconto proceda più spedito, o che ci sia meno dilatazione, meno insistenza su tutti i tasselli della quotidianità e sui ricordi che in più punti aprono nuove finestre. Anzi, tutte le piccole grandi operazioni della pulizia della casa sono rese con dovizia di particolari: centimetro conquistato dopo centimetro, mattonella dopo mattonella del bagno – con Ajax, Omo e tutti gli altri prodotti della casa che costituiscono il nostro quotidiano universale. Così il progetto di Karl Ove assume le proporzioni di impresa titanica. A questo punto il lettore ha però accettato il patto proposto dal narratore – o almeno così è capitato a me: volevo capire come sarebbe andata a finire questa faccenda della pulizia, come sarebbe andato il funerale e se Karl Ove e Yngve sarebbero riusciti a ospitare in casa la successiva riunione dei parenti.

Naturalmente il racconto, come ogni serie a puntate che si rispetti, si è fermato prima del funerale, lasciandomi in un certo senso a bocca asciutta e con la voglia di passare al secondo volume. Oddio, proprio voglia non saprei. Vedremo più avanti…

Karl Ove vive sentimenti di amore e odio nei confronti del padre. Ovvio che lo odia e lo ha sempre odiato: quel padre è definito dal narratore un idiota fatto e finito; è uno che non ha mai preso sul serio suo figlio. Eppure Karl Ove è più emotivo di Yngve, scoppia continuamente a piangere e singhiozzare anche di fronte agli altri e non sa trattenere la commozione. Sente il vuoto e la mancanza; capisce che quel bisogno di essere visto non potrà mai più essere soddisfatto. Non ci sarà alcuna possibile ricomposizione di quella ferita. La finale e duplice visita di Karl Ove alla camera mortuaria dove giace il corpo del padre prima del funerale ci riporta circolarmente all’incipit del racconto, e qui capiamo che tale incipit sul cadavere in decomposizione non è pretestuoso. Entra anche in gioco la figura della nonna paterna, il suo choc, il suo essere diventata alcolista anche lei nel frattempo, per riuscire a convivere alle condizioni del figlio; il dialogo tra lei e i nipoti, anch’esso favorito dall’alcol (alcol paradossale e scandaloso quanto si vuole, ma naturale e umano a questo punto) ci trasmette la storia della sua vita che è anche un pezzo di storia della Norvegia del Novecento, la quale passa immancabilmente per la seconda grande guerra e l’occupazione nazista. Infine, ogni tanto, i due fratelli si dicono, come sovrappensiero, che devono parlare con la madre, avvisarla, contattarla presto. Sanno che la rivedranno per il funerale imminente. E qui, verso la fine del racconto, una frase mi sembra rivelatrice dell’importanza di questa figura: è dalle conversazioni con la madre che è nata in Karl Ove la passione per la riflessione, l’immaginazione, il linguaggio e i mondi possibili, cioè per la scrittura.

Un’ultima riflessione riguarda l’inesorabilità e la forza dei legami familiari, anche in una cultura come quella scandinava, dove i vincoli familiari appaiono meno forti che non in culture più tradizionali e conservatrici come la nostra, e dove è normale che un figlio a sedici anni badi già a sé senza, apparentemente, curarsi più dei genitori.

Ho letto il romanzo in norvegese, e dunque non sono in grado di pronunciarmi sulle due traduzioni esistenti in italiano. La casa editrice Ponte alla Grazie ha infatti solo iniziato la pubblicazione integrale dell’autobiografia per la traduzione di Lisa Raspanti. Dopo i primi due volumi di La mia lotta, Ponte alle Grazie ha tuttavia interrotto il progetto. Ora questo è stato rilevato da Feltrinelli, che ha annunciato l’uscita di tutta la serie La mia battaglia per la traduzione di Margherita Podestà Heir. Per ora sono apparsi, con titoli scelti dalla casa editrice italiana e non presenti nell’originale, La morte del padre e Un uomo innamorato.

 

Karl Ove Knausgård, Min kamp I, Forlaget Oktober: Oslo, 2011 [I ed. 2009]

Id., La mia lotta I, trad. Lisa Raspanti, Ponte alle Grazie: Milano, 2010

Id., La mia lotta II, trad. Lisa Raspanti, Ponte alle Grazie: Milano, 2011

Id., La morte del padre, trad. Margherita Podestà Heir, Feltrinelli: Milano, 2014

Id., Un uomo innamorato, trad. Margherita Podestà Heir, Feltrinelli: Milano, 2015