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Radiator di Jan Sonnergaard

Radiator è una raccolta di racconti dal retrogusto acido ambientati in un’europeissima Copenhagen. Una Copenhagen grigia e tagliente, dove lo stato d’animo delle persone si mostra attraverso la marca dei vestiti dei suoi abitanti, e dove la mercificazione del corpo e dell’anima ha creato un perenne tutti-contro-tutti. Il libro, del 1997, appartiene ad una trilogia, insieme a Sidste søndag i oktober del 2000 e Jeg er stadig bange for Caspar Michael Petersen del 2003.

   Sonnergaard giustifica la scelta del racconto breve comparandola alle tracce di un CD: la musica è infatti per l’autore danese una vitale fonte di ispirazione. Secondo l’autore, inoltre, con la raccolta di racconti si ha la possibilità di rappresentare la realtà frammentaria, disomogenea e disunita degli anni ‘90 danesi. C’è una grande pluralità di ambienti e personaggi, ma stranamente questi ultimi hanno spesso gli stessi nomi, forse a voler significare lo stesso triste destino che accomuna l’uomo contemporaneo: un niente in mezzo al niente. Lo stile poi indica un crudo realismo sociale: il linguaggio è fatto di turpiloquio, espressioni estremamente colorite, dialetti e slang, tanto che perdiamo totalmente l’idea del codice scritto, e ci troviamo di fronte ad un  “parlato su carta”, il racconto Tyveri è sicuramente l’esempio maggiormente degno di nota.

   Il libro si pone in una distanza esplicita rispetto all’impegno didattico educativo tipico degli anni ‘70, che tralasciava la forma per la sostanza. Nella sua critica amara infatti Sonnergaard non risulta affatto un laudator temporis acti, quanto piuttosto un fantasma che scivola, sovrapponendosi, sopra le vite dei personaggi da lui narrati. Non esuma nostalgicamente ideologie sepolte né si strania dalle sue stesse vicende, ma si limita semplicemente ad alzare un lacero e polveroso sipario che svela ancor più lacere e polverose esistenze. Eppure, una critica contro il sistema, contro la politica, contro l’istruzione, e contro quell’apparentemente roseo Welfare State danese tanto decantato, è immediatamente percepibile; ed è come se Sonnergaard scoprisse che dietro un mondo di promesse, e speranze, e sorridenti aiuti, si nascondesse non tanto un imbroglio, quanto piuttosto una velata derisione, di cui le vittime sono sempre le classi più deboli. Tutto ciò comporta una lettura sterile e asciutta, non si legge tra le righe (e d’altronde ciò sarebbe impossibile) nessuna possibilità di cambiamento, né peraltro se ne sente la mancanza: ci si limita a prendere atto della situazione, e a tuffarsi nel grigiore delle vite dei personaggi.

   Sonnergaard mostra inoltre al grande pubblico ambientazioni che la letteratura danese non aveva mai affrontato: periferie, zone povere. E’ presente l’idea kantiana dell’uomo come fine, e il tema dello sfruttamento è descritto non in senso economico-marxista, quando piuttosto dal punto di vista etico e morale: l’aggressività dei personaggi è data dalla disperazione e dall’emarginazione.

   L’attacco al sistema educativo danese è ben presente in Immatrikuleret 1.9.1982, spøgelse: in questo racconto, molto probabilmente autobiografico, viene proiettato un mondo che utilizza l’istruzione per avere successo sociale, e quindi la “cultura” nel senso puro del termine, è ridotta a mero orpello con cui si può, ma non è necessario, ornare una strisciante capacità di padroneggiare mimeticamente stereotipi conformisti al fine di ottenere facile consenso.

   Il sesso femminile inoltre è tendenzialmente tutto rivolto verso una larvata prostituzione: la vernice scrostata dell’apparente libertà sessuale rivela un intonaco di interesse economico. Il denaro pertanto, da un’ottica maschile, garantisce sesso, successo e felicità; non si è felici perché si è felici, ma perché si possiedono cose che devono necessariamente rendere felici.

   Lo scoraggiamento, l’impotenza, che ci pervadono leggendo queste pagine, lasciano una sensazione pesante, e il lettore sente di doversi far carico delle sorti di un determinato tipo di società, facendo sì che il messaggio positivo non sia nel prodotto dell’autore, ma del lettore.

di Irene Lami (Università di Pisa) irene_lami@hotmail.it