Lingue Nordiche

Traduzione: Uomini senza nessuna importanza, di Johan Kling

Människor helt utan betydelse

Uomini senza nessuna importanza 

di Johan Kling

2009, Stockholm, Norstedts Pocket

 Traduzione di Francesca Giona (Università di Genova) – frgiona@tin.it

 Johan Kling dipinge e colpisce: quasi senza raccontare, senza mai entrare nei dettagli di eventi che rimangono indefiniti e ai margini della narrazione, Människor helt utan betydelse riesce a dare un quadro chiarissimo della vita di un uomo – anzi, di tanti uomini, forse di un’intera generazione.

Kling è meglio noto come regista e sceneggiatore televisivo e per i suoi due film: Darling, del 2007, che ha fatto incetta di premi in tutta Europa, e il seguito Trust me, uscito nel 2010. Människor helt utan betydelse è il suo primo e fino a oggi unico romanzo; pubblicato nel 2009, ha incontrato il favore della critica: lo Svenska Dagbladet lo ha definito “uno dei più notevoli romanzi svedesi dell’anno”.

 La scrittura di Kling è scarna e disarmante, le frasi brevi, il vocabolario volutamente semplice e ripetitivo: ricorda “la spietata luce del mattino, color oro chiaro come succo d’arancia” dell’estate svedese. Con questa luce radente e indagatrice l’autore illumina il protagonista e i suoi pensieri ricorrenti: l’incertezza di trovarsi senza lavoro e senza soldi (“Non è bello”, ripete spesso Magnus, il protagonista), il miraggio della vacanza in Grecia che probabilmente non ci sarà mai, le riflessioni che si affacciano nella mente sotto forma di speranze appena accennate o di preoccupazioni troppo presenti. Magnus è a disagio nella propria vita e, in una Stoccolma insolitamente afosa, è tormentato dal contenuto di una misteriosa busta e da frammenti di frasi o immagini che riguardano la ragazza che ama: telefonate interrotte all’improvviso, mormorii, racconti di amici lasciati a metà, quella volta che lei voltò la testa quando lui cercò di baciarla…

“Non deve significare niente”, si ripete ossessivamente Magnus, “non significa proprio niente”. E tuttavia, mentre si muove nel suo mondo solitario dove i contatti con gli altri – pur frequenti – sono sempre imbarazzanti e circondati di ricordi spiacevoli, dove le strade sono deserte e quello che si cerca è sempre altrove, viene proprio da chiedersi: che cosa significa tutto ciò?

 

3.

 Ancora sole, oggi. Ma quasi nessuno in Surbrunnsgatan. Un’insegna di plastica con la pubblicità delle sigarette pendeva senza vita fuori dal chiosco dei tabacchi. La porta era aperta, ma non riuscivo a vedere nessuno nella penombra all’interno. E il negozio di quartiere all’angolo era chiuso per ferie. Nella vetrina giaceva una vecchia cassetta della frutta con dentro due mele raggrinzite.

Poi raggiunsi Odengatan e andai fino alla fermata degli autobus, dove mi appoggiai alla ringhiera. Credo di non aver mai visto Odengatan così vuota. La spietata luce del mattino, color oro chiaro come succo d’arancia. Le facciate brillavano così abbaglianti al sole che se ne restava quasi accecati. Qua e là c’era qualche finestra aperta, ma le case sembravano vuote, abbandonate. E i portoni si aprivano come cavità nere. Un uomo stava in piedi davanti al tabellone e osservava l’orario. Immobile, con la schiena rivolta verso di me. Una strana acconciatura: i capelli pesanti sopra le orecchie, quasi come un elmo. Non sente nulla, pensavo.

Guardai l’ora. Mancava un sacco di tempo. Vieni in qualche momento della mattinata, mi aveva detto. E non erano ancora le dieci. Non ci sarebbe voluta più di mezz’ora per arrivare. Posso solo ricevere contanti. Oppure un assegno. Non un versamento, per quello possono volerci settimane. Non mi sento bene a essere sempre al verde. Non fa bene all’autostima. Se si hanno soldi sul conto corrente è facile chiedere un prestito, ma se si è al verde è quasi impossibile. Come quando andai a prendere il caffè con Niklas Bredberg la settimana scorsa. Proprio al momento di ordinare mi accorsi di non avere un centesimo. Dissi che non volevo prendere niente. Ma credo che lui abbia capito lo stesso. Non disse niente, non si offrì nemmeno di prestarmi dei soldi. Ma questo non lo si può pretendere. Del resto andava bene anche così. Ora devo andarci piano con le spese. E i soldi che ho voglio piuttosto usarli quando sono con Josefin. È la cosa peggiore; quando sono con lei e non ho soldi per pagare. Deve pagare lei per me qualche volta, e non è affatto bello. Vorrei tanto avere dei soldi. Almeno per un po’. Allora le offrirei sempre tutto. Se oggi riceverò dei contanti le comprerò qualcosa. Un regalo.

Arrivò l’autobus. Era quasi vuoto. Mi sedetti in fondo, dal lato in ombra. I tettucci erano aperti, ma sembrava che non facessero quasi entrare aria. Solo a tratti mi giungeva un soffio sulla fronte. Due passeggeri sedevano più avanti ai due lati del corridoio, come manichini.    

Lei sarebbe dovuta stare con qualcun altro. Qualcuno che potesse prendersi cura di lei. Quella volta in cui mi era capitato di sentire Lena che le domandava: “Perché stai con Magnus?” Lei non sapeva che ero lì fuori in corridoio, ma mi ero avvicinato quando avevo sentito il mio nome. “Lui mi piace. Non è abbastanza?” aveva risposto lei, e io ne ero stato felice. Poi lei disse: “Con Kristoffer…” ma non finì la frase.

Mi toccai la guancia con i polpastrelli. Mi ero tagliato, di certo facendomi la barba. E io che volevo essere di bell’aspetto, oggi. Kristoffer. Credo che lui non si fosse comportato bene con lei.

Il capolinea degli autobus alla Stazione Est. S’intravedeva qualche sagoma scura nell’ombra della fermata. Ai loro piedi, grossi bagagli. Sì, la gente se ne va in campagna. La campagna. Mamma è così felice se vado da lei, diceva. È comprensibile, ovviamente. È sola. Anche allora. Non credo che Josefin fosse una delle ragazze più ammirate a scuola. Non aveva quel tipo di bellezza. Quella venne in seguito. L’ho vista in foto da adolescente. Prima che l’età adulta e le prime piccole rughe le dessero carattere, quel viso piatto sembrava solo largo e strano. Ed era magrissima. Ma ora lei è bella. La gente lo dice sempre.

Una nuvola di polvere sulla strada ghiaiosa che porta a Valhallavägen. Un cane correva intorno sulla ghiaia. Inseguiva il proprio guinzaglio, faceva per addentarlo ma mancava sempre la presa e cercava di girare intorno al suo stesso corpo. Poi sparì. L’autobus adesso era all’ombra, in ogni caso. Si stava bene. Davanti alla mia vecchia scuola era stato messo su un semaforo. Ma certo non funzionava ancora. Il Konstfack. Sembrava vuoto, chiuso. Mi piace quel palazzo. Mi piacciono i luoghi dove non ci sono molte persone, ho notato.

Questo non deve significare niente.

A Oxenstiernsgatan scesi per cambiare autobus. La vettura scivolò via, rimasi da solo sotto il sole. Attraversai la strada fino alla fermata dall’altro lato per prendere il settantasei. Guardai l’orario. Tra cinque minuti. Una finestra era aperta nella casa di fronte a me, un angolo di tenda dondolò fuori. Regnava il silenzio. C’era appena qualche automobile. Vacanze aziendali. Esistono ancora?

Potevo sentire gli uccelli là nel parco. E come il vento soffiava tra gli alberi. Dormo così male, ultimamente. La notte scorsa l’ho di nuovo passata in bianco. Mi ha svegliato lui con la sua tosse, e poi non sono riuscito a riprendere sonno. Di notte qualsiasi rumore cresce, nell’oscurità. Quando mi trovo in un determinato punto della camera da letto, sento quasi ogni rumore che lui fa. Tossisce in lunghi attacchi, rantolando. Deve far male. Si sente come si schiarisce la gola, come il catarro gli sale in bocca. Pare che rimanga sempre a letto. Ho sentito la sua tosse anche di giorno, quando mi trovavo in camera. Allora vado in cucina per evitare di udirlo. Qualche volta ho pensato che vorrei vedere che aspetto ha. Vorrei andare su per l’altra scala e suonargli alla porta. So bene in quale appartamento abita, ascoltando fuori dalla porta dovrei sentirlo tossire. Ma non l’ho mai fatto davvero. Josefin non è disturbata da lui. Lei infatti dorme sempre bene, ma io posso restare a letto sveglio per ore. Anche se una volta lei ha detto che voleva dormire a casa sua, a causa della tosse.

Tirai fuori il cellulare. Niente. Il display era vuoto. Ma era ancora presto. E non c’è ragione di attaccarsi al telefono solo perché si è andati in campagna per una settimana.

L’autista mi guardò di sfuggita quando salii sul settantasei. Ero solo sull’autobus. I prati del parco si stendevano intorno a me, con i sentieri bruni calpestati che attraversavano l’erba come file di formiche, il che per qualche motivo faceva sembrare il parco ancora più vuoto. Qualche nuvola appariva all’orizzonte. Ma non sembravano nuvole di pioggia, erano troppo tondeggianti. Questo non deve significare niente. Sul pendio davanti alla spiaggia di Kampement si potevano distinguere dei corpi che giacevano distesi, nudi e immobili al sole. Cercai di distinguere se qualcuno di quei corpi laggiù si muovesse, ma non riuscii a vedere. Poi giungemmo tra le case e la spiaggia sparì. Vidi una finestra aperta, scorsi la nuca di qualcuno che sedeva lì dentro. Attraversammo il piccolo ponte della ferrovia, arrivammo al porto di Värta.

E io scesi.

L’area si estendeva deserta e polverosa sotto il sole. C’era silenzio qui. I magazzini e le baracche sembravano vuoti. Senza dubbio presto li avrebbero demoliti e ne avrebbero costruiti di nuovi. Cominciai a camminare. Un’autocisterna veniva per la strada che portava ai depositi di carburante e sollevò una grossa nuvola di polvere che per un lungo momento turbinò nell’aria, poi finalmente si posò e tutto tornò ad essere immobile.

Posso solo ricevere un assegno. Oppure contanti. Allora comprerò un regalo per Josefin.

Questo non deve significare niente.