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Frú Vigdís, il teatro e la politica culturale in Islanda

Frú Vigdís, il teatro e la politica culturale in Islanda

 Vigdís Finnbogadóttir intervistata da Matteo Tarsi.

 Vigdís Finnbogadóttir (Reykjavík, 1930) è stata presidente della Repubblica d'Islanda dal 1980 al 1996. Prima di venire eletta a tale carica è stata direttrice del Teatro della Città di Reykjavík e ha lavorato e lavora ancora nel mondo del teatro. Presiede il Council of Women World Leaders, è ambasciatrice Unesco e membro del Club di Madrid.

 Lei è stata la prima donna a ricoprire la carica di presidente in una repubblica per volontà popolare. Secondo Lei, quanto la sua elezione è stata un punto di svolta per i diritti umani nella società islandese?

Credo che le elezioni in cui sono stata eletta siano state un punto di svolta non solo per la società islandese, bensì a livello internazionale. L'essere stata la prima donna a venir eletta presidente della una repubblica fu, infatti, una notizia che venne riportata dalle prime pagine dei giornali in tutto il mondo. Sedici anni dopo, nel 1996, quando ebbi portato a termine il mio quarto mandato, presi parte alla fondazione di una società chiamata Council of Women World Leaders, di cui fanno parte donne capo di stato e di governo. Al momento della fondazione eravamo solo in sei, adesso siamo più di trenta.

 Come vede l'Islanda dopo il crollo economico del 2008? In che modo è cambiata la società da allora?

Anche la società islandese è crollata, cadendo in un profondo pessimismo da cui non si è ancora ripresa. E poiché tutto si è svolto così lentamente e gli islandesi, al contrario, hanno ereditato dalla cultura contadina l'abitudine cogliere sempre l'attimo, vogliono che tutto sia fatto nel minor tempo possibile: ad esempio, salvare il raccolto prima che la pioggia lo distrugga. Prima del 2008, gli islandesi si sono tuffati in quello che credevano fosse una buona occasione, ma che si è poi rivelata essere un'illusione, ecco che quindi si è arrivati al tracollo economico, nessuno è stato capace di vedere oltre e di smascherare tale illusione. Adesso il peggio è passato, la situazione sta migliorando ma siccome non è possibile aiutare subito alcuni settori della società che hanno contratto debiti, molti trovano che la situazione sia ancora grave. Tuttavia non è così: va molto meglio qui che in altri Paesi. Quando, ad esempio, mi reco all'estero, in molti mi chiedono come sia stato possibile per noi islandesi fare tutto così velocemente. Nonostante ciò c'è ancora molto pessimismo ed è molto doloroso assistere a questo, solo perché coloro che hanno contratto dei debiti non hanno ancora potuto usufruire di aiuti statali.

 Qual è stato il suo apporto al teatro islandese?

Penso che nella mia carriera teatrale abbia giocato un ruolo molto rilevante l’avere introdotto qui in Islanda molto di ciò che era rappresentato all'estero. Sono stata portavoce di nuove correnti, ho contribuito a rinnovare il teatro islandese. Questo è stato il mio contributo quando ho preso parte alla fondazione di un teatro di avanguardia. Le nuove correnti che ho potuto introdurre dal teatro francese sulla scena islandese credo siano il punto più rilevante di questa mia carriera.  Importante è stato potere osare, potermi candidare come donna: non sono io ad essere importante!

 Negli anni in cui è stata direttore artistico del Teatro della Città di Reykjavík, qual era la situazione per quanto riguarda la funzione del teatro nella società islandese?

È importante che il teatro abbia sempre ricoperto un ruolo fondamentale nella società islandese. Questo è dovuto al fatto che si sono sempre letti i racconti popolari islandesi; e se magari non tutti erano in grado di leggere, questi venivano letti ad alta voce e ciò costituisce un tratto dell'arte teatrale. Quando una volta la gente lavorava nelle zone rurali nel buio invernale, la lettura dei racconti era una parte fondamentale di quella cultura; proprio per questo abbiamo un corpus così vasto. Il teatro è parte di questo processo, vale a dire, quando si sente una storia ci si immagina quello che viene raccontato ed è come allestire una pièce nella propria mente. Quando ad esempio si va al cinema e magari si è letto il libro su cui il film si basa, si ha già in testa una storia precisa, un'altra persona ne ha un'altra ancora diversa e così via. Per queste ragioni il teatro è stato accolto molto favorevolmente dagli islandesi, sulla base della loro pratica del racconto orale.

 Come nell'antica Grecia...

Sì, esattamente. Soprattutto là dove c'è un'eredità di racconti folcloristici. Gli antichi greci avevano un ricco apparato di miti e dove c'è una tale eredità, là fiorisce l'arte teatrale. In Islanda questo ultimo stadio lo si è raggiunto tardi, non prima della metà del XIX secolo.

 Quali autori e quali spettacoli venivano preferiti?

Le opere teatrali islandesi hanno sempre goduto di attenzione, dato che parlano della realtà islandese, cosicché gli spettatori in sala riconoscono ciò che viene rappresentato. Per quanto concerne gli scrittori stranieri, particolare attenzione era rivolta alla farsa francese e ad autori come Feydeau. A teatro si apprezza volentieri ciò che suscita il riso e dà sollievo. Tuttavia anche il teatro serio è stato ed è tenuto in grande considerazione. Qui in Islanda rappresentiamo tutti gli autori e i generi: da Shakespeare a Strindberg ai contemporanei. I classici sono sempre importanti, in quanto rimandano in qualche modo a ciò che stiamo vivendo adesso.

 Nessuna nuova pièce, dunque?

Al contrario. È fondamentale stimolare gli scrittori teatrali a scrivere nuovi drammi che parlino del presente. Gli scrittori contemporanei, anche quando scrivono un'opera ambientata nel passato, intendono sempre evocare qualcos'altro: ciò che stiamo vivendo oggi.

 Quale ruolo ricopre Lei oggi nella scena teatrale islandese?

Leggo molte pièce e faccio parte del comitato per gli scrittori del Teatro della Città di Reykjavík. Gli scrittori ci mandano i loro manoscritti, tra i quali scegliamo uno, invitando l’autore come borsista presso il teatro. Questi soggiorna in loco e deve scrivere un'opera per il teatro cittadino. Grazie al progetto i giovani scrittori possono avere un'esperienza globale di come funziona il teatro, di come ci si lavora. È molto significativo per uno scrittore: vivere e capire come tutta una serie di persone lavorano per il teatro. Non è come stare seduti a casa a scrivere un romanzo! Questo è il ruolo che ricopro al giorno d'oggi, oltre ad andare a vedere gli spettacoli, discuterne e goderne.

 Qual è il suo ruolo nella politica internazionale?

Mi occupo più che altro di politica culturale internazionale. Faccio parte del Club di Madrid, dove si discute di democrazia e della sua promozione. In quanto donna mi faccio sempre portavoce delle donne, in tutte le situazioni. Questo può essere forse considerato il mio ruolo nella politica internazionale: essere portavoce delle donne e richiamare l'attenzione su ciò che è insensato, ad esempio sottomettere le donne, nel più ampio senso del termine. Le donne sono invece intelligenti e dotate al pari dei loro colleghi uomini. Penso che questo atteggiamento negativo sia dovuto al fatto che gli uomini sono spaventati dalle donne, dalle loro potenzialità. Gli uomini sanno bene che le donne hanno le loro stesse capacità, per questo hanno paura. Questo è il problema e qui sta la sua insensatezza. Tutti gli uomini intelligenti che conosco lo capiscono. Tutti gli uomini che hanno figli di ambo i sessi capiscono che sin da quando sono piccoli hanno le stesse potenzialità. Il Club di Madrid si occupa della promozione della democrazia: la questione femminile oggi è una mancanza di democrazia, è una forma di ineguaglianza. Tutto questo è molto triste.

 Come considera l'Islanda all'interno del contesto culturale scandinavo?

L'Islanda ha un posto di rilievo per quanto riguarda la cultura nordica, in quanto gli islandesi hanno scritto la maggior parte della letteratura nordica medievale. Quando dici che l'Islanda è diversa, grazie al cielo è così! Danimarca, Norvegia, Svezia: tutti i paesi hanno il proprio carattere che li contraddistingue. Ogni popolo ha i propri tratti, anche voi in Italia: il Sud ha il proprio, il Nord pure e così via. Per come la vedo io, l'ambiente che ci circonda influenza il nostro carattere. La forza degli islandesi viene soprattutto dal fatto che l'Islanda non è una terra ospitale. Da ultimo, trovo che sia triste il fatto che agli islandesi pesi di dovere imparare una lingua nordica in modo da poter comunicare con norvegesi, svedesi o danesi dato che le loro lingue si sono distaccate così tanto dalla nostra. Il danese è la mia seconda lingua.

 Adesso viene ancora insegnato il danese nella scuola primaria?

Purtroppo no, viene preferito di gran lunga l'insegnamento dell'inglese come seconda lingua. Il danese non viene insegnato prima dell'adolescenza: la conseguenza è che i ragazzi lo trovano difficile e noioso e non lo imparano bene. L'inglese è oramai dominante in Islanda. Tuttavia le saghe e la nostra lingua, conservatasi sin dal medioevo, ci rendono un popolo.

 Mi interesso molto di lingue. Qui in Islanda mi è sembrato che gli islandesi curino molto la propria lingua. Perché?

La nostra lingua ci tiene uniti. Possediamo una lingua che viene parlata solo su quest'isola, conservata praticamente pura fin dal medioevo. Non c'è nessun’altra lingua in Europa che goda di questa situazione. Le lingue sono la base della cultura, e recentemente è stata fondata all'Università d'Islanda la Fondazione Vigdís Finnbogadóttir per le lingue straniere. Le lingue sono il mezzo con il quale viene diffusa e preservata la cultura. La situazione dell'islandese è particolare in quanto si è preservato tale sia grazie alla letteratura medievale, sia grazie al fatto che, ad esempio con le traduzione, si è contribuito ad arricchirlo con nuove parole. Dante, Murakami, Lao Tse e tanti altri sono stati tradotti in islandese. Così la lingua islandese si è conservata ed arricchita.

 Matteo Tarsi

mat17@hi.is

 Reykjavík, febbraio 2012

Per la realizzazione della presente intervista si ringraziano Sigurður Pétursson e Dagný Lára Guðmundsdóttir.

Foto © Stefán Helgi Valsson, su gentile concessione della Fondazione Vigdís Finnbogadóttir.  

 

La presente intervista è apparsa inedita in Atti & Sipari, semestrale di teatro e spettacolo, num. 10 (Aprile 2012)