Lingue Nordiche

Su Gunvor Hofmo

Su Gunvor Hofmo

 di Carolina Di Pasquale

 carolina.dipasquale@stud.unifi.it

 Carolina Di Pasquale ha studiato Lingue e letterature nordiche all’Università di Firenze. Propone qui un saggio di commento a una selezione di poesie della scrittrice norvegese Gunvor Hofmo (1921-95), pubblicata su Poesia, 299 (dicembre 2014) a cura di Massimo Ciaravolo.

 La poetessa chiamata “cantatrice del buio” possiede un’incredibile capacità di trasmettere sensazioni attraverso la creazione di immagini. Sicuramente vede la poesia modernista come canale di comunicazione, perché lo stilema che la caratterizza in maggior modo è la rappresentazione del “paesaggio dell’anima”. Attraverso la lirica, Hofmo riesce a dare forme e colori diversi alle emozioni, che sempre però rimangono inerenti all’espressione di una ferita profonda. Questo prevede le ambientazioni in luoghi cupi, la sensazione di freddo che diventa quasi gelo, la rappresentazione di paura e angoscia. Un leitmotiv nelle sue opere è la sofferenza provocata dal mondo degli uomini, con il quale la poetessa non riesce più a interagire, perché gli uomini non vedono il declino della loro realtà. Hofmo ha una visione disillusa nei confronti del mondo e della vita. Questa tematica è rafforzata dalla ciclicità delle sue opere. Esse iniziano con il tema di Dio in Det er ingen hverdag mer (“Non c’è più un giorno qualunque”) e si concludono con la stessa tematica in Gud har vendt (“Dio ha distolto”), dove Dio ha distolto lo sguardo da un mondo che oramai non ha più posto per la sua presenza. Hofmo vive la distruzione della realtà contemporanea, e osserva che gli esseri umani, invece di contrastarla, lasciano che tutto accada. Hofmo ci parla della perdita dell’amata per colpa del nazismo e il grande conflitto con Dio, come prime cause che hanno provocato questa forte lacerazione. Il suo rapporto con Dio gioca appunto un ruolo fondamentale; vede Dio come creatore di tutto, che però lascia che si propaghi la distruzione che sta avvenendo nel mondo. Non può aiutarla e nemmeno ascoltarla, perché è stato cacciato dagli esseri umani ed appare oramai totalmente assente. Persiste dunque questo rapporto di ambiguità, per cui da un lato Dio diviene in alcune poesie l’unico interlocutore di Hofmo, dall’altro ella sa che Dio si è allontanato dal mondo degli uomini e che non ritornerà più. Lo vede come creatore di tutto, ma ha creato anche la distruzione che è costretta a vivere in quel momento storico. La dimensione religiosa, che è un aspetto molto presente nelle sue opere, dimostra una rassegnazione comunque straziante, come se la poetessa non riuscisse ad accettare fino in fondo la propria situazione. La ricorrenza così frequente di un dialogo con Dio è segno di una profonda necessità di elaborazione della sua sofferenza.

Ho notato la sua forte disillusione nei confronti del mondo, in particolare nelle poesie che hanno come tematica le manifestazioni oggettive della vita. Queste manifestazioni sono descritte come da qualcuno che osserva “da fuori”, e anche in maniera quasi fugace, priva di significato. È un punto che dimostra che il suo dolore ha divorato qualsiasi senso che si possa dare alla realtà. Mi è sembrato di cogliere questo aspetto in “Det skjer” (“Succede”). Le descrizioni di gesta di vita quotidiana, descritte come in un ricordo lontano, in ambientazioni autunnali e cupe, contornate di pioggia e freddo, rafforzano il senso di futilità dell’esistenza. L’immagine che danno le foglie gialle galleggianti nelle pozzanghere, paragonate a sterco di cane, lasciano trapelare un atteggiamento forse di rabbia o addirittura di odio, verso questo mondo insignificante. Anche la poesia “Om ’jeg’”(“Su ‘io’”), mi ha trasmesso una simile impressione. Subito nella prima strofa emerge un forte senso nichilista. In questa strofa si coglie quanto le manifestazioni della vita vengano trasmutate in immagini di morte tramite l’accostamento dell’ambiente notturno e cupo. I primi versi confermano questa sensazione: “Om dagen En frukttung gren. / Om natten en hørende slette / som lar en verdens fottrinn / gjenlyde som i en ren / klokke i døde byer…” (“Di giorno un ramo carico di frutti. / Di notte una piana in ascolto / che permette ai passi di un mondo / di risuonare come limpida / campana in città morte…”). Queste poesie mi hanno fatto capire molto della dinamica conflittuale tra la poetessa e Dio. Da qui si nota che il rapporto che ella ha con il Creatore, e come si ritrovi a vivere un’esistenza avvolta dalla disperazione, in una visione velata dall’assenza di significato.

La sua opera poetica è, consapevolmente o meno, concepita nella necessità dell’elaborazione di un dolore profondo. Questo dolore gli è stato provocato dalla realtà a lei contemporanea. Emerge dunque non a caso, nelle prime poesie, il tema della perdita di Ruth, la lacerazione dell’esperienza delle deportazioni e l’impotenza nei confronti di questa cupa realtà. Questa perdita le ha provocato una profonda ferita, che effettivamente ho potuto percepire chiaramente nelle sue opere. Le sensazioni di impotenza veicolano i sensi di colpa di non riuscire più ad agire nel mondo e rinchiudono la poetessa come in un mondo parallelo. A mio parere, tra le poesie che più rispecchiano questa dinamica, “Fra en annen virkelighet” (“Da un’altra realtà”) è la più espressiva. Versi come “[…] der lyset ikke er skilt fra mørket, / der ingen grenser er satt […]” (“[…] dove la luce non è separata dal buio, / dove non sono segnati confini […]”), intrecciati alla dimensione dell’uomo nel cosmo, mi hanno trasmesso un senso di forte disorientamento. Crea l’effetto di sentire una voce che ci parla da un'altra realtà, ovvero la voce della poetessa, rifugiatasi appunto in un mondo parallelo. Il verso “jeg holder et menneskes hånd, / ser inn i et menneskes øyne, / men jeg er på den andre siden / der mennesket er en tåke av ensomhet og angst” (“Tengo la mano di una persona, / guardo negli occhi di una persona, / ma sono dall’altra parte / dove la persona è una nebbia di solitudine e angoscia”) rende vivida la dimensione di angoscia e solitudine che prova la poetessa. Hofmo vive il mondo circostante con un sentimento di estraneità; la selezione di poesie si conclude con“De er fremmede” (“Sono estrenei”), che rafforza il senso di distacco che ella prova nei confronti dell’esistenza. Questo fa comprendere la dolorosa ferita causata dalle azioni degli uomini. Il senso di isolamento dal mondo mi ha fatto comprendere l’infinita sensibilità e la naturalezza e l’intimità con cui ha creato queste poesie. Sono infatti le componenti che trasmettono l’emozione della poetessa in una maniera diretta e affascinante nella lettura.

 Oltre a queste espressioni, traspare in maniera quasi impercettibile però costante, anche un’idea di pace, che richiama il suo desiderio di riconciliazione con Dio (e con l’intero il genere umano). Tuttavia si percepisce nelle sue opere che questo desiderio la fa disperare, perché sa di anelare a una pace che oramai è perduta. Questi due aspetti dunque, il rapporto con Dio e il rapporto col mondo esterno, rappresentano i due fili conduttori che legano interamente la sua opera.

 La Hofmo apre un grande spiraglio sul suo mondo interiore. Ed è effettivamente cosa rara, visto il periodo in cui produce le sue opere. Dalle prime poesie alle ultime, si percepisce più o meno esplicitamente il riferimento a Dio. Egli diviene a volte unico interlocutore, come in “Ord i en våkenatt” (“Parole in una notte di veglia”). Il titolo e l’ambientazione notturna conferiscono alla poesia una sensazione di buio e solitudine, che corrisponde al momento in cui l’io lirico riflette sul suo rapporto con Dio. Questa riflessione fatta in tale ambiente, provoca un senso di cupezza e solitudine invece di infondere un senso di speranza e luminosità come sarebbe solito delle riflessioni spirituali. L’aspetto del buio e della notte è trattato raramente in relazione ad argomenti spirituali o religiosi, e mi ha particolarmente affascinato. L’immagine della preghiera o di un dialogo col Divino, accostata all’ambiente notturno, trasmette il senso della sconsolata assenza di Dio. È come se tutto apparisse in una luce più mistica, come se fosse in un altro mondo, un mondo più cupo e isolato. La poesia si conclude con gli ultimi due versi che trasmettono ancora di più questa tensione, perché legati tra loro da un enjambement “[Han] sier de er / min kjærlighets offerlam” ([Lui dice] che sono l’agnello sacrificale del mio amore…”). La chiusura mi ha trasmesso il senso di sofferenza in tutta la poesia, che ovviamente si ricollega al tema dell’amore. La Hofmo intreccia il tema dell’amore a quello della morte, dando vita ad un’immagine più cruda e fredda, consona ai procedimenti del modernismo. I versi di tutta la poesia trasmettono un senso di amarezza e forse anche di delirio. Tutto rende l’immagine aspra e impressionante come può accadere nella poesia del Novecento.

La costante ricerca di aiuto in Dio è a mio parere profondamente ancorata alla spiccata sensibilità della poetessa. Sa che quel mondo di unione e stabilità è perduto per sempre. Oramai vede regnare il male. La sua sofferenza così reale le conferisce una profonda espressione artistica.  Una delle poesie che trasmette maggiormente la sua angoscia e lacerazione è “Evig natteliv er jeg” (“Eterna vita notturna sono io”). È piena di metafore e priva di riferimenti a luoghi concreti, forse per ricreare la dimensione del sogno. Gioca con i termini “giorno/notte” e “luce/buio” tanto da fare perdere l’idea di una qualsiasi dimensione definita o reale. Mi ha colpito questa poesia già a partire dal titolo. Attraverso l’omissione del soggetto nel secondo verso – “Evig natteliv er jeg. / Ser ikke dagen […]” (“Eterna notte sono io. / Non vedo il giorno […]”) – la poesia mi è sembrata come una bozza di flusso di pensieri. E proprio questa forma rende il tema ancora più sconvolgente. Penso che sia tra le sue liriche più belle, forse perché così ricca di emozioni.

Da questa interazione di sentimenti, desideri e visioni del mondo nasce la complessità della poesia della Hofmo. Il saggio che accompagna le poesie dispone ad una comprensione più profonda e concreta, fondamentale per riuscire ad apprezzare le opere della Hofmo. Si comprende perché lei osservi il mondo come lo osserva facendogli assumere un altro significato. Lo descrive continuamente con colori bui e cupi, spesso di notte, dà sensazioni di freddezza e le emozioni vengono trasmesse in maniera aspra e cruda. Mi è piaciuta a questo riguardo “Natt” (“Notte”)È un’altra delle poesie che mi ha colpito rileggendola. Qui si vedono paesaggi che disegnano il mondo interiore, un mondo estraneo e poco afferrabile. Si ha l’immagine di un ampio spazio senza confini, niente che lo delimiti, quasi infinito. E stranamente, è proprio questa assenza di definizione che provoca una sensazione di angoscia incomparabile. Il titolo lascia trapelare la sensazione di oscurità e di freddezza. Appunto la notte, con le solite colorazioni tetre e bluastre, rende tutto sfumato e inafferrabile. Viene riproposta anche qui, come in alcune altre poesie, la dimensione del sogno o dell’inconscio. La poesia, sul piano formale, ha il verso libero, mantiene una forma meno legata di un'unica strofa, ricca d’enjambement che riproducono tensione nella lettura. A metafore che riproducono immagini di morte sono accostate le risate giovanili, che quindi rendono la sensazione ancora più lugubre e pungente. Ho riscontrato di frequente il tema dell’inconscio, o comunque luoghi e descrizioni che fanno sembrare le poesie come un ricordo sfumato oppure ambientate in un sogno.

Altre poesie contengono riferimenti a luoghi più concreti, come ad esempio “Nattlig skip” (“Nave notturna”). Ma pur essendo il luogo più definito, si aggiunge sempre una componente che provoca disorientamento. In particolare la prima strofa “De tomme korridorer. / Bare nattlampen tent.” (“I corridoi vuoti. / Accesa solo la luce per la notte.”) crea, con il titolo, una sensazione di luogo cupo e offuscato. Sicuramente emergono la lacerazione e la paura che la poetessa prova in quel periodo di permanenza negli ospedali psichiatrici. In particolare, l’intera ultima strofa infonde una forte sensazione di angoscia. L’uso ditermini come: nave notturna, corridoi bui, rimbombo, tremito, attesa di un urlo, acque pericolose, sonno, infermiera notturna, angeli neri, abisso, passi svelti, lamento nel sonno, danno l’impressione di trovarsi in un mondo dove il sonno e la veglia si sovrappongono. Rumori ovattati anche essi poco nitidi, luci offuscate, lamenti e urli, creano una sensazione unica di paura delirante, di assenza di stabilità.

In assoluto la poesia che mi ha colpito maggiormente è “Møte” (“Incontro”).  Nel rileggerla, il sentimento di disperazione maturava, estendendosi anche ai livelli più profondi della percezione emotiva, effetto sicuramente angosciante ma affascinante allo stesso tempo. Già nel primo verso, risuona il tono profondamente intimo e riflessivo di raccoglimento e di malinconia “Slik en regnvåt kveldstund […]” (“Un momento così della sera di pioggia […]”). Qui emerge la grande sensibilità e la sua vera bravura; il paesaggio rispecchia con varietà di immagini, anche le sfumature più sottili di ciò che è il mondo interiore della poetessa. La scelta e gli accostamenti delle parole, degli ambienti e dei colori interagiscono creando una sensazione di immersione in ciò che sono le sue più profonde emozioni. Eppure non vi si immerge in maniera brusca, bensì come se fosse un processo graduale e leggero. È semplicemente bellissima. Versi come “Noen ler fjernt gjennom skumring… / Stemmene klinger så  milde / som de har natt i seg” (“Qualcuno ride lontano nel crepuscolo… / Le voci risuonano così miti / come se avessero la notte dentro.”), oppure “og kjenner det brune blikket / legge seg kjølig som sne / over din rådløse sorg.” (“e senti lo sguardo castano / posarsi freddo come la neve / sul tuo dolore senza rimedio.”), trasmettono tutta la fragilità, la solitudine, la tristezza che vive la poetessa in quel momento. Il riferimento al tempo piovoso e la comparazione dello sguardo dell’amica morta con la neve conferiscono alla poesia un tono di profonda tristezza. L’ultima strofa è stata quella che più in assoluto mi ha colpito. Gli ultimi due versi scritti in tedesco, ripresi perlopiù dall’ultima lettera di Ruth, lasciano trapelare l’importanza e la pesantezza che sta dietro a quelle parole. Formalmente la poesia, che appartiene alla prima raccolta, è ancora in versi metrici, “legati” e in rima. La presenza del tedesco rende ciò ancora più singolare, proprio perché in chiusura parole norvegesi e tedesche formano la rima. È un dettaglio che mi ha colpito molto.

La Hofmo riesce a disegnare con le sue poesie una indescrivibile varietà di emozioni, anche se tutte inerenti alla sfera di una sofferenza molto personale e coinvolgente ogni ambito della vita. Si scoprono anche le sfaccettature di ogni emozione, ovvero, quelle sfumature che a parole apparirebbero indescrivibili, se non nella maniera in cui vengono rappresentate da lei.